Ascoltare sì, approfondire no

05 marzo 2020 / By Samuele Animali

Mettetevi comodi, come direbbe il mio collega Francesco Coltorti, perché non sarò breve. e forse ci sarà addirittura una seconda puntata. D’altra parte se vi volete baloccare con meme più o meno simpatici o corrosivi o battute da twitter in giro ce n’è in abbondanza, e se ne fanno e se ne leggono volentieri. Ma in questo caso no. L’argomento è noioso, e per di più è trattato in maniera un po’ pedante. Sempre meglio del coronavirus, ma insomma…

Premessa. Parliamo di chi scrive, o meglio delle ragioni per cui ho ritenuto di dimettermi da presidente di commissione. Certamente è avvilente questo occuparsi di beghe da pollaio invece di andare nel merito delle questioni. Tanto più quando sai bene che l’unico momento in cui “la comunicazione” dà risonanza a quel che pensi e amplifica le tue parole è quando usi toni sopra le righe e ti riferisci a qualcuno in particolare. Chi amministra – giustamente dal suo punto di vista – comunica solo fatti positivi (“va bene: merito mio; va male: colpa di qualcun altro”), l’opposizione politica viene considerata solo quando esprime delle critiche: in fondo è il suo mestiere. Ma il comunicato con cui il sindaco si è affrettato a prendere atto delle mie dimissioni è uno dei migliori complimenti che mi abbia mai rivolto (pochi in verità).

Lasciamo perdere che sarei “inadeguato” e dunque da allontanare senza rimorsi: chi non lo è almeno qualche volta nella vita? Il complimento, anche se non voleva essere tale, è invece che mi si accusa di aver fatto delle domande sulla linea politica con riferimento alle questioni concrete dell’assessorato da cui è stata allontanata Paola Lenti; domande che sono poi il motivo dell’irritazione espressa – anche fuori microfono, disturbando lo svolgimento della seduta e in modo a tratti piuttosto sgarbato – da uno dei destinatari di queste domande. Il sindaco appunto.

Il quale è dichiaratamente convinto che sia disdicevole che si usi la politica per scopi politici.

La materia del contendere, attenzione, non è se si possa fare politica attraverso la presidenza di una commissione o di un consiglio comunale. Il presidente del consiglio comunale, per esempio, prende posizione continuamente e anche in questa occasione non ha mancato di giustificare il sindaco. Esprime le proprie opinioni apertamente anche con il voto e, proprio come il Sindaco in questo caso, rivendica la possibilità di interpretare le regole in maniera più o meno lasca, spesso a seconda di chi è il beneficiario di questa interpretazione. In diverse occasioni abbiamo rimarcato episodi specifici.

Ma a mio credere la questione fondamentale  è, e lo è sempre stato in questa consiliatura, fin dalla campagna elettorale, nel voler elidere il nesso tra politica e amministrazione. Dire che il presidente di una commissione espressamente destinata alla minoranza consiliare deve essere “terzo” è un equivoco da un punto di vista giuridico, ma è anche una presa di posizione ideologica che maschera una pretesa di irresponsabilità politica.

Potremmo discutere sugli attributi generali e specifici che caratterizzano di volta in volta l’imparzialità nell’esercizio delle diverse funzioni di presidenza, ma quello della terzietà, pretesa dal sindaco, è un attributo diverso che appartiene soltanto al giudice. E del resto allo stesso giudice, nella sua terzietà, non è precluso di fare domande di propria iniziativa per ottenere chiarimenti sugli argomenti di cui si sta discutendo nel processo. A tutto voler concedere questo attributo della terzietà dovrebbe pittosto appartenere proprio a chi rappresenta tutti i cittadini (anche me, per dire), indossa la fascia tricolore e si firma “il Comune di Jesi”. Ma lasciamo perdere.

Una commissione consiliare è altra cosa rispetto a un tribunale. Specie quando l’elezione del presidente avviene necessariamente tra i gruppi di minoranza e si tratta di una commissione di controllo. Che controllo può esercitare una commissione alla quale si impedisca di selezionare gli argomenti da trattare e di rivolgere domande? Rispetto alla quale l’amministrazione accampi la pretesa di poter mettere in scena dei monologhi? O, per andare sul merito, si vuol sostenere che le ragioni per cui viene sconfessato l’operato di un assessore sono estranee all’attuazione del programma di mandato? E che parimenti estranee all’attuazione di tale programma sono la distribuzione delle deleghe o i dettagli sugli orientamenti futuri al riguardo

Molti sono gli organi che esercitano un controllo tecnico sugli atti e sui conti dell’amministrazione. La commissione consiliare è invece l’anello di congiunzione tra il controllo formale e la politica. Questo non significa che un presidente di commissione, nell’esercizio del suo minuscolo potere, debba commentare il merito, cosa che in effetti mi sono sempre guardato dal fare. Il potere minuscolo di un presidente di commissione (di controllo) sta nel dare e togliere la parola (e qui ci si dovrebbe limitare a bloccare gli abusi) e formulare gli argomenti di discussione. Non è un semaforo, ma un vigile. C’è un “orizzonte di senso” in quel che facciamo, nei riti della politica, che non è meccanico ed automatico, ma, per definizione, necessariamente orientato.

Ecco: la pretesa di svuotare questo orizzonte di senso, tanto più nel momento in cui viene utilizzata (soltanto) nei confronti di chi è critico nei tuoi confronti, è l’ennesima manifestazione, ma vorrei dire la manifestazione di fondo, dell’attitudine blandamente autocratica che caratterizza il nostro governo locale. Che si manifesta, si badi bene, non nelle reazioni alle critiche (spesso scomposte e volte a mascherare le circostanze di fatto, ma anche questo è un altro discorso), ma proprio nella convinzione di non dover rispondere alle domande. Domande che in questo caso particolare della Commissione di garanzia riguardano appunto il nesso tra attività amministrativa e programma di mandato, che è l’espressione dell’indirizzo politico.

Che non si risponda è politicamente deprecabile, ma è tra le facoltà di un amministratore e ne dovrà rendere conto agli elettori. Della maleducazione non c’è bisogno di parlare. Ma la pretesa di non dover rispondere è un salto nel buio.

 

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