C’era una volta l’Università a Jesi

09 febbraio 2021 / By Samuele Animali

Come già altri hanno evidenziato, la chiusura della Fondazione è l’ennesima rappresentazione plastica del declino che sta attraversando la città. Non si tratta di cercare delle colpe, ma di prendere atto di ciò che è già successo. E poi, con un approccio laico e concreto, di pensare in prospettiva.
Nello specifico l’idea tranquillizzante espressa ripetutamente dall’amministrazione è che il Comune continuerà a occuparsi di formazione e questo addirittura potenzierà il ruolo pubblico al riguardo (con o senza Fondazione a supporto). Ciò in quanto ci si concentrerebbe maggiormente sulla creazione di figure utili per il territorio. Quest’idea si scontra con considerazioni e dati di fatto che Jesi in comune ha ripetutamente evidenziato: sul territorio si fa già formazione mirata senza bisogno dell’intervento del Comune (a meno che, si intende, il Comune non volesse semplicemente mettere dei soldi…); per organizzare formazione serve un expertise che al momento il Comune non ha (più); la formazione è cosa molto diversa dall’Università; se il Comune avesse voluto occuparsi sistematicamente di formazione e ne fosse stato capace l’avrebbe fatto negli anni in cui invece la Fondazione si è andata inesorabilmente spegnendo, proprio mentre l’amministrazione lanciava i suoi proclami.
Il patrimonio che è andato disperso in questi anni riguarda il know how, l’organizzazione, la rete di relazioni e la reputazione accumulata, prima ancora che strutture e risorse. L’Università di Macerata soprattutto ha ottenuto da Jesi un flusso di finanziamenti abbastanza consistente; in cambio Jesi avrebbe dovuto sfruttare l’Università per far attecchire in città un’attività che doveva essere occasione di crescita culturale ed economica. Questo è avvenuto solo in parte e per un periodo relativamente breve.
In quel periodo l’ Università di Jesi è stata una realtà vivace ed in crescita. Vero è che con l’andare del tempo non tutti i hanno dimostrato la stessa passione di chi pezzo pezzo l’ha costruita nei primi anni di attività, potendo contare all’epoca su risorse piuttosto consistenti. Alcuni, è altrettanto vero, l’hanno usata come trampolino o come sinecura, ed anche l’idea corretta che non si potesse avere università senza ricerca non è stata attuata nel migliore dei modi. C’è stato tuttavia un momento in cui è esistita una comunità raccolta attorno agli studi universitari e che si è relazionata in maniera vivace con il contesto sociale ed economico della città.
Questo lo abbiamo perduto. E’ successo anche altrove e in generale l’esperienza delle sedi locali ha mostrato molte più luci che ombre. Ma intanto a Jesi in quegli anni sono stati formati dei validi professionisti. Non solo. In alcune città simili alla nostra le sedi universitarie si sono consolidate; non solo fuori regione, anche ad Ascoli o Matelica ad esempio.
Ed è anche per questo che ora non ci soddisfano il bilancio e l’analisi che vengono fatti di questa esperienza giunta al termine e in assenza di vere scelte ci appaiono velleitarie le prospettive buttate là senza soffermarsi troppo su dettagli e veri e propri piani.
La mera formazione non ha necessariamente bisogno di un’organizzazione complessa e distinta e di strutture dedicate. Fare cultura, educazione e ricerca è altra cosa ed è un concetto ben sintetizzato nell’intestazione stessa della fondazione il cui nome per intero è Fondazione Angelo Colocci – Istituto per l’istruzione universitaria, per la formazione professionale e per la promozione della cultura nella Vallesina.
In assenza di vere scelte quel che salta agli occhi è la deriva che ha caratterizzato questi ultimi anni di vita della Fondazione, nei quali il dato oggettivamente più attenzionato è stato il “rosso” che si andava accumulando, affrontato essenzialmente contenendo i costi, quelli del personale in particolare.
Per cui basta, si chiude e amen, senza esplorare alternative, e il Comune si limiterà a passare all’incasso degli affitti arretrati come se il resto lo riguardasse meno, compresa la sorte dei dipendenti.
Speriamo che l’aula magna rimanga fruibile al pubblico e così pure la biblioteca, speriamo che i locali belli e per molti versi storici possano essere quantomeno occupati da una scuola per evitare l’abbandono.
Anche la riqualificazione della città e del del centro in particolare non si esaurisce nelle nuove mattonelle del corso e in una ritrovata vivacità commerciale, caratterizzata però quasi esclusivamente dai bar che monopolizzano la movida dei week end (con corollario di notti insonni per i residenti e sporcizia mattutina). Per il resto sono soprattutto le vetrine chiuse a segnare attualmente la cifra distintiva del centro in assenza di un’inversione di marcia.
Crediamo che bisognerebbe tentare un’operazione culturale di più ampio respiro rispetto alla mera formazione professionale per il territorio, specie ora che il territorio è piuttosto in ritirata. Occorre invece attrarre persone ed idee da fuori perché l’operazione possa risolversi in un arricchimento per Jesi e Vallesina. Magari individuando delle nicchie nelle quali la città può rivelarsi capace di esprimere eccellenze nei campi più disparati della cultura, dell’economia, dei mestieri e della scienza, in modo da creare comunità di esperienza e di studio che possano rivelarsi attrattive.
Più in generale questi anni sono stati caratterizzati non solo, ma anche da fallimenti, dismissioni, chiusure, liquidazioni, ritardi, vecchi progetti rispolverati, nuovi progetti spesso annunciati e non attuati, promesse non realizzate. A cui solo in parte si è posto rimedio.
L’ottimismo della volontà, se ancora è possibile, può fondarsi solo su un’analisi spietata suggerita dal pessimismo dell’intelligenza.
Jesi ha perso i centri direzionali delle banche, Arca felice, l’ostello, lo zuccherificio, l’albergo a 4 stelle col centro benessere. Non è riuscita ancora a spostare il centro ambiente, ad avere una nuova stazione delle corriere, a recuperare il Chiostro Sant’Agostino, il complesso San Martino, l’ex ospedale, il campo boario fatta eccezione per l’obbrobrio della torre Erap. Abbiamo spostato delle statue, questo sì. Riparato delle scuole, perché c’erano dei fondi statali dedicati, ma anche qui alcuni lavori si sono impantanati. Il buco FPS è stato bene o male rattoppato, ma Jesi in progress, su cui si erano riposte molte speranze, è miseramente naufragato con Maccaferri la cui parabola è inesorabilmente tramontata, ma solo dopo essere passato all’incasso. Zipa è in liquidazione (come ben sa il Sindaco) e la zona industriale è caratterizzata da vuoti sempre più evidenti. A tutto questo fa da pendant un tessuto sociale sempre più sbrindellato, una città invecchiata e che perde abitanti, sempre meno attrattiva, dalla quale per coltivare i propri talenti soprattutto ci si allontana (verso la costa, verso la metropoli, verso altri paesi, persino verso la campagna).
Un piano inclinato rispetto al quale le inerzie hanno prevalso sugli attriti, un cambiamento gattopardesco che forse ha soprattutto assicurato continuità nello spolpare un osso. Chissà però che la ciccia non stia proprio finendo e l’eredità sarà difficile per chiunque abbia il coraggio, la spregiudicatezza o l’incoscienza di imbarcarsi in questa impresa.

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Samuele Animali