Dove si “farà scuola” a settembre?

07 luglio 2020 / By Samuele Animali
La resilienza fa miracoli. Ma intanto qualche considerazione e proposta in attesa di sapere come andremo a finire.

La didattica a distanza generalizzata è lo spettro che aleggia sulla ripresa della scuola. In caso di nuovi focolai diffusi ci sarebbero poche alternative. Se invece la situazione epidemica dovesse restare quella attuale, con la necessità di garantire il distanziamento fisico, non ci sarebbero locali adeguati. Ma tornare alla didattica a distanza per non aver potuto trovare spazio a sufficienza sarebbe una sconfitta per tutti, visto che altre attività (in teoria meno importanti?) sono riprese a spron battuto. Proviamo a  vedere che cosa si può fare.

L’uovo di Colombo è: classi più piccole. Se il problema è, disponendo di aule piccole,  avere banchi singoli, mantenere la distanza di un metro tra le bocche e, non dimentichiamolo, garantire ciononostante le condizioni di sicurezza in caso di evacuazione, basta fare classi da 20 e la maggior parte dei problemi è magicamente risolta. Se ne gioverebbe anche la qualità della didattica, visto che lavori di gruppo, verifiche e interazione tra docenti e studenti sarebbero molto più semplici. Tutto risolto, allora? E no. Perché bisognerebbe arruolare un buon trenta per cento in più di insegnanti rispetto agli scorsi anni e comunque bisognerebbe trovare il posto per piazzare queste classi in più che andrebbero ad aggiungersi a quelle esistenti. Fatto sta che nell’Istituto dove insegno (ma non credo che in altri sarà tanto differente), nonostante le promesse ministeriali anche per il prossimo anno abbiamo le solite classi da trenta alunni o già di lì.

Con classi come le attuali molte aule diventano inadeguate perché non abbastanza grandi. Il Ministero dell’Istruzione ha annunciato il ritorno in classe da settembre deve trovare sul territorio nazionale 70 mila aule aggiuntive dove collocare più di un milione di studenti. Non basta riadattare ad aule le biblioteche, le palestre, le mense, soluzioni peraltro già molto criticabili.

Anche perché la maggior parte delle palestre sono già occupate già dalle scuole per l’attività didattica: le lezioni di educazione fisica dove le facciamo? In classe? Facciamo solo teoria? E poi significherebbe impedire di utilizzare le palestre per i gruppi sportivi al pomeriggio. Anche l’idea di sfruttare “spazi aperti” e moltiplicare le occasioni di contatto con la città attraverso uscite e altre attività fuori delle aule è assolutamente pregevole dal punto di vista didattico, ma non risolve la questione strutturale: iniziare un anno scolastico con classi che non hanno una loro aula è un’idea che lascia interdetto chiunque abbuia avuto a che fare con la scuola. Forse si potrebbe pensare di riorganizzare la disponibilità delle aule su dipartimenti anziché sulla corrispondenza un’aula-una classe, ma sembra una soluzione praticabile solo per la struttura dell’orario che hanno le scuole superiori e non crea magicamente quelle aule in più di cui ci sarebbe comunque bisogno.

Poi ci sono i corridoi, le mense, le aule magne, tutte soluzioni che avranno un enorme impatto sulla didattica. Si può fare lezione in corridoio senza disturbare altre classi e raggiungendo un livello accettabile di concentrazione? Temo di no…

Lasciamo perdere la questione dei trasporti: “Occorrerebbe quadruplicare il numero degli autisti e degli scuolabus. Cosa che è assolutamente impensabile”. Parole e musica dell’assessore jesino Renzi.

Quali soluzioni allora? Visto che la riorganizzazione dell’esistente è la classica coperta troppo corta, sperando che ormai non sia troppo tarsi tardi (sono gli stessi discorsi che si facevano due mesi or sono e il tempo in questi casi è tiranno), la proposta più logica e lineare e già emersa diverse settimane fa in più occasione sembra a chi scrive quella di aggiungere spazi. Per esempio prendendoli in affitto da privati. O riadattando strutture pubbliche già esistenti. O costruendone di nuove. Nel 2003 o giù di lì in 60 giorni furono realizzate le scuole di legno ancora in funzione nella zona della Fornace. Non dobbiamo pensare necessariamente a strutture “pesanti” la cui realizzazione ha tempi incompatibili con i bisogni. Nell’emergenza si potrebbe far ricorso a container e altre strutture modulari, magari eredità e dotazione dei terremoti che purtroppo hanno devastato il territorio marchigiano. Oppure ad altre strutture prefabbricate leggere che possano essere installate in poco tempo, come pergole e pergolati, gazebo, porticati e anche tende e tensostrutture. Soluzioni che andrebbero esaminate senza pregiudizi.

L’arte di arrangiarsi farà il resto. Tanto che negli ultimi anni l’abbiamo trasformata in qualcosa di positivo e gli abbiamo dato un nome nuovo: resilienza. Quando le cose vanno male ci si adatta. Chi più chi meno ne siamo ben forniti, ma non dimentichiamo, se possibile, che queste difficoltà incidono anche sull’abbandono (la peggiore sconfitta per il sistema scolastico) e che la resilienza è una virtù solo come reazione di chi non ha il potere di generare o imporre il cambiamento. Mentre la politica dovrebbe essere l’arte di pensare e realizzare il cambiamento possibile.

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Samuele Animali

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