Il virus ci presenta il conto, ma ci indica anche la strada da percorrere?

02 maggio 2020 / By Samuele Animali
Gli spunti per l’incontro di Quarantena in comune dedicato alla scuola

Quando abbiamo battezzato Jesi in comune, era febbraio 2017, il brindisi lo abbiamo fatto con una conferenza dal titolo “Il comune co-protagonista della comunità educante” tenuta da Roberto Mancini (Università di Macerata).

L’idea è che esiste una comunità educante in senso stretto, come da definizione ministeriale, cioè l’istituzione scolastica comprensiva delle famiglie, e una comunità educante in senso lato, perché l’educazione non si fa solo a scuola e non si fa soltanto coi ragazzi, e dura tutta la vita. Giovani, insegnanti, famiglie, associazioni e istituzioni insieme. L’educazione non è una funzione esclusiva della scuola, né una funzione delegata alla scuola, ma una funzione della città e della comunità che si svolge nella scuola e altrove. Quindi l’educazione ha una valenza politica, nel senso letterale del termine. E oggi ce ne rendiamo conto più che mai.

La cura, la curiosità, il desiderio di conoscenza, la responsabilità diffusa in una società di relazioni sono integrate in uno sguardo politico sulla realtà, cioè anzitutto rivolto al futuro. Inoltre una comunità che educa si fa anche educare, cambiare dai propri cittadini. Ognuno trova la propria realizzazione nella partecipazione alla vita collettiva e nella costruzione del “bene comune”, nessuno escluso.

Aspettando di poter tornare fisicamente vicini, gli incontri che proponiamo come “Quarantena in comune”, compreso questo sulla scuola, non servono tanto a raccontare, altri lo fanno, né a discutere (altri lo fanno!), ma a dare un possibile senso a quel che accade, da un punto di vista particolare. Chiarire delle questioni confrontandosi per capire meglio come affrontarle qui ed ora, perché un Ministero che dà linee guida non tiene conto delle situazioni diverse. Pensare globalmente e cercare soluzioni locali.

D’altra parte il virus manifesta la struttura profonda della società, è uno di quegli eventi che scatena le questioni nascoste o sottaciute. Fa riemergere traumi e cambia gli equilibri che poggiavano su basi fragili di cui ci rendevamo poco conto.

Resilienza?

Tra le altre istituzioni, anche sorprendentemente, forse per la sua tradizione, forse per la sua centralità, la scuola è tra quelle in questo periodo ha mostrato maggior resilienza. Ma a che prezzo? Che cosa sta succedendo qui ed ora?

Esiste un dovere di fare la DAD? Contrattualmente per il docente? E per lo studente, considerato che la partecipazione è condizionata al vincolo tecnico, cioè la disponibilità di devices, di connessioni, di spazi  adeguati tra le mura domestiche? O per quanto riguarda gli insegnanti forse comunque si è tenuti a fare qualcosa non per contratto, ma per ruolo sociale? O non è vero forse che oggi più che mai, perso il contatto fisico, ci sentiamo più che mai parte di un organismo finalizzato al miglioramento del prodotto e alla logica della customer satisfaction?

Il primo obiettivo dovrebbe essere quello di non perdere per strada i più deboli e i meno attrezzati, non di proseguire a tutti i costi. L’impossibilità di stare a scuola brucia il lavoro fatto per mesi o per anni, specie con i ragazzi più fragili da un punto di vista psicofisico, relazionale, sociale, familiare. La scuola pubblica dovrebbe offrire pari opportunità, e non sempre ci riesce. Il lockdown acuisce discriminazioni, differenze, ostacoli che in aula vengono bene o male smussati. Non riesce più a fare i conti con le disabilità, le differenze culturali e di condizioni socioeconomiche, le diverse possibilità di accesso e la diversa padronanza agli strumenti digitali.

D’altra parte continuare rappresenta un ancoraggio, la scuola è riuscita a rimanere punto di riferimento per molti.

Sarebbe giusto quindi fermare tutto? Cioè evitare di andare avanti – non semplicemente rallentare – per non accentuare la distanza? Oppure abbandonare temporaneamente chi resta indietro col dire di ripescarlo più avanti, piuttosto di non far nulla in nome di chi comunque non verrà salvato da questo non far nulla?

Non esisteva un piano

Il nazional-narcisismo non risparmia nemmeno la scuola. “La scuola non si ferma” è una delle tante frasi fatte che caratterizzano questo periodo: gli “eroi degli ospedali”, “ce la faremo” ecc. Quanto siamo belli, quanto siamo bravi, quanto siamo solidali. Gli eroi, i santi… In democrazia se c’è bisogno di eroi significa che qualcosa non ha funzionato.

Bisogna riconoscere anzitutto che in realtà  la scuola si è fatta trovare impreparata, altrimenti non andiamo avanti. Come le case di riposo e gli ospedali non avevano piani per far fronte all’emergenza epidemiologica, così la scuola non aveva apparentemente un piano non per evitare di fermarsi – perché non si è fermata – ma per evitare  questo di cui stiamo parlando. Lo stesso piano nazionale per la scuola digitale prevedeva risorse per dotare le scuole di tecnologia, non gli studenti e le famiglie (e questo è in contrasto con la pretesa definizione di comunità educante).

Nel suo piccolo, sia pure in una forma meno emergenziale e meno grave, la scuola riproduce quello che è successo nella sanità. Il disinvestimento di risorse a cui abbiamo assistito in questi anni ha contribuito a creare l’emergenza. Se abbiamo 25 o 30 alunni in aule che un tempo ne contenevano 20 come facciamo a garantire il distanziamento? Se il trasporto scolastico avviene in condizioni di ammassamento avvilenti e pericolose? Se l’uso delle tecnologie è per docenti e studenti una necessità imposta dall’emergenza e non una prassi? Se la dotazione tecnologica per ben che vada si ferma agli edifici scolastici e si disinteressa della dorsale che raggiunge le famiglie? La scuola è stata colta impreparata.

Di nuovo, una questione politica

La chiusura delle scuola è soprattutto la privazione di uno spazio pubblico. Se in generale la mancanza di luoghi e ambienti pubblici, di socialità esercitata nello spazio comune, ha acuito le differenze di genere e quelle sociali ed ha reso più gravoso il lavoro di cura che grava soprattutto sulle spalle delle donne e dei poveri, anche la scuola online è esempio paradigmatico dell’impoverimento di senso di una vita compresa (e compressa) nello spazio domestico: docenti in salotto e allievi nella cameretta, terminali domestici di un rapporto smaterializzato. E anche qui, chi sta bene lavora in case comode, ampio terrazzo e vista sul paesaggio; i subalterni invece in appartamenti mal concepiti, periferici, ammassati in blocchi disumani. Molti convivono con la tragedia delle invalidità, delle psicosi, dell’alcol, della violenza domestica.

Questa non è genericamente un’espropriazione della libertà. Anzitutto ad essere compromessa è soprattutto la libertà di movimento, altre libertà resistono. Ma è soprattutto (e lo vediamo anche nel caso della scuola) una privazione di beni pubblici che attutiscono gli squilibri generati dalla libertà privata.

Lo spazio pubblico non è solo il “fuori”. È viceversa il cuore pulsante di una società civile. Lo spazio pubblico è, secondo Simone Weil (1949), «esigenza dell’anima»: la partecipazione e l’uso dello spazio pubblico hanno valore sociale: per la Weil, il lusso di questi ambienti comuni (inteso come grandezza dell’architettura, sua ricchezza semantica, generosità dei volumi e delle superfici) dovrà essere universalmente godibile, dovrà giungere anche ai più umili. E’ un modo per combattere le differenze.

Un decreto del 1968 attribuiva ad ogni residente una quota minima di attrezzature pubbliche: giardini, scuole, teatri, ambulatori ecc.; e formulava amministrativamente tale diritto sotto forma di “standard urbanistici”. Negli anni del neoliberismo anche il decreto 1444/1968 è stato smantellato in favore di una governance urbana di matrice aziendalista. La dotazione minima in termini di servizi e attrezzature è stata ridotta a “monetizzazione” da investire in generica “riqualificazione urbana”. E così in nome dell’ottimizzazione e dell’efficienza l’equilibrio del funzionamento di tutte le strutture pubbliche è stato riletto principalmente attraverso canoni aziendalistici, assimilando l’amministrazione nemmeno tanto all’economia quanto alla contabilità ed alla ragioneria. Non che questo abbia cancellato la politica, ma l’ha rivestita e mascherata di una sovrastruttura tecnica e quantitativa che funziona da garanzia per lo status quo ma anche per la progressiva erosione dei diritti sociali e dei beni pubblici.

In questo senso, senza ulteriori ritardi, per la famigerata ripartenza occorrono un pensiero politico ed un’azione amministrativa che riposano su basi differenti da quanto abbiamo visto nel recente passato. La questione degli spazi, in particolare, è una questione che riguarda la forma della città. Per andare sul concreto (pensare globalmente e agire localmente forse sta tornando di moda) vogliamo pensare a creare un vero e proprio campus presso l’ex ospedale – dove ora sono previsti soprattutto appartamenti ed esercizi commerciali – anziché continuare a consumare territorio nella parte in collina? Magari accanto a servizi pubblici e soluzioni edilizie che tengano conto dei bisogni imposti dall’invecchiamento della popolazione con cui stiamo facendo i conti ora più che mai. Ma anche interessarci di questioni più puntuali: perché languono i lavori di costruzione del nuovo plesso Lorenzini? Perché sono stati messi i militari al seminario? lì c’è una scuola. E così via discorrendo. E poi i trasporti, una questione che riguarda tutta la vallata, da Chiaravalle a Serra San Quirico almeno, e che dunque va affrontata in una dimensione che ancora si fa fatica a considerare preponderante, qual’è sotto molti punti di vista, rispetto al campanile.

E’ pensabile riprendere a fine settembre nelle condizioni in cui ci siamo lasciati? Bisogna cominciare da ora a pensare a come costruire delle fermate degli autobus extraurbani degne di questo nome, dove i ragazzi non siano costretti a stare ammassati e rischiare la vita. E’ pensabile moltiplicare le corse per evitare l’ammassamento sugli autobus? O non è forse necessario pensare – da adesso, non a settembre – ad articolare diversamente non solo gli orari delle scuole, ma gli orari e la mobilità della città nel suo complesso. Altrimenti non ne usciamo.

Non è una questione di emergenza, il virus ci presenta il conto di  ciò che non abbiamo fatto negli ultimi anni. Ma forse ci indica anche la strada da percorrere, in questo ambito come per le questioni della sanità, dell’ambiente, dell’economia, del lavoro.

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Samuele Animali

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