La sesta parola sull’eredità di Morosetti – 6) Ripasso

09 dicembre 2020 / By Jesi In Comune

Sulla questione dello spostamento della fontana dei leoni c’è chi ha chiamato in causa la storia della città per sostenerne le ragioni. Ma andando a leggere i vari interventi, emerge una certa approssimazione in materia e dunque… non sarà inutile un ripasso.

Le attuali Piazza della Repubblica e Piazza Federico II assumono il volto che vediamo oggi nella seconda metà del Settecento, il “secolo dei lumi”. Che per Jesi è in effetti l’epoca della grandeur: con 9mila abitanti, è la seconda città delle Marche e la sua economia, basata su un’agricoltura che comincia a dare i primi segnali di modernizzazione, consente agli aristocratici e alle gerarchie ecclesiastiche (ovvero a chi gode i frutti della rendita fondiaria) di vivere anni di benessere. Tanto che non c’è famiglia patrizia che non metta mano alla borsa pur di abbellire la propria dimora. Stesso discorso per la curia: vescovi quali Baldassini e Fonseca danno il via ad un vero e proprio rinnovamento urbanistico. Il risultato è la ricchezza (e varietà) di chiese, palazzi, edifici pubblici, spazi urbani che ammiriamo ancora oggi.

Ivi incluse le nuove forme assunte dalle due maggiori piazze, che converrà esaminare più da vicino.

Piazza della Repubblica all’epoca si chiamava Piazza della Morte, perché vi si svolgevano le esecuzioni (mentre il teatro, pure edificato in questo periodo, si chiamava “della Concordia”, in onore dell’omonimo comitato di jesini che lo fece costruire). Ebbene, il vero senso di questa piazza, l’idea che la origina allorché si mette mano al suo completo rifacimento, sono figlie dello spirito settecentesco: ordine compositivo, semplicità e geometricità delle linee; spazio aperto senza soluzione di continuità, privo cioè di arredi ingombranti, monumenti o altro. Tutti elementi, questi, attraverso cui si concretizza l’idea che gli spazi pubblici debbano anzitutto rispondere a criteri di funzionalità, razionalità ed igiene. Stesso discorso per gli edifici che la contornano, tra cui in primo luogo il suddetto teatro, simbolo dell’ideale connubio tra luogo pubblico e bene collettivo (nel Settecento il teatro è una delle più importanti occasioni di socialità, tanto per popolino e borghesi, quanto per gli aristocratici; non a caso è adibito a usi diversi, e vi si svolgono rappresentazioni di ogni tipo: dalle recite delle compagnie di giro ai burattini, dagli spettacoli dei filodrammatici al circo).

Piazza Federico II invece – il centro della città romana – svolge le funzioni di “arengo” per tutto il Medioevo e finanche in Età moderna, quando – siamo sempre nel XVIII secolo – anche questa piazza subisce profonde modificazioni. O per meglio dire un nuovo riassetto, inscritto anch’esso, ovviamente, nello spirito del tempo. L’opera di razionalizzazione però qui è più complicata, perché mentre Piazza della Morte può essere costruita “partendo da zero” (la maggior parte degli edifici circostanti o non c’erano, o vennero abbattuti e riedificati secondo le esigenze compositive della piazza), in questo caso la presenza di chiese e palazzi nobiliari richiede un’opera di certosino aggiustamento. Così, i palazzi delle famiglie aristocratiche (i più antichi erano del Quattrocento), vengono “rivisti” e riordinati in chiave settecentesca. A cominciare da Palazzo Ripanti (nuovo e vecchio) complesso residenziale che nel 1724 viene prima ampliato con l’acquisto dell’ex-ospedale di S. Lucia, e poi ampiamente ristrutturato. Ne scaturisce quel che vediamo oggi: facciata tardo-barocca con ampio portale, balcone sorretto da colonne, tre ordini di finestre con architravi (ornati dagli emblemi della conchiglia, del sole nascente, dell’aquila), scalone d’ingresso monumentale, con statue. Di fronte, S. Floriano; dedicata al patrono fin dal XII secolo, la chiesa rimase a lungo – con la piazza – il principale riferimento per le cerimonie pubbliche cittadine. Aveva subìto un primo rinnovamento nel XV secolo, allorché fu cambiato l’orientamento; poi nel Settecento le trasformazioni che le danno la veste attuale: pianta centrale, grande cupola a base ovale, profonda abside semiciclica.
Ecco allora che – a voler essere storicamente precisi – entrambe le piazze nascono e sono concepite senza la fontana dei leoni. E in tale veste vivono entrambe fino alla metà dell’Ottocento. Quando, come è noto, la fontana venne sistemata in Piazza della Repubblica. Tale collocazione – si badi – non fu decisa solo perché doveva fornire acqua agli abitanti del centro (e zone limitrofe in espansione), bensì perché, contrariamente a quanto si verificherà un secolo dopo, Piazza Federico II era ancora considerata la principale della città, quella in cui si continuavano a svolgere le cerimonie (laiche e religiose). E ovviamente l’idea è che la piazza principale dev’essere sgombra, completamente aperta per gli usi pubblici, che – quali che siano – presuppongono l’adunanza dei cittadini. L’altra, dunque, era sacrificabile.

Chi aveva a cuore l’originaria ratio di Piazza della Repubblica non ne fu contento; la considerò anzi una vera e propria violazione della primitiva conformazione. Ma siamo in anni in cui le idee degli Illuministi non sono più sulla cresta dell’onda: alle aperte vedute (almeno in chiave urbanistica) dei sopracitati vescovi settecenteschi, è subentrato il plumbeo clima della Restaurazione; dunque agli occhi dei delegati del governo pontificio la piazza che maggiormente a Jesi è il simbolo del Secolo dei Lumi (ovvero della Rivoluzione francese e della sua iconoclasta ventata di laicismo) può senz’altro essere sminuita, può senz’altro diventare uno spazio “di servizio”.

Un secolo dopo – secolo durante il quale succedono varie cose, tra cui non sembra fuori luogo ricordare per lo meno l’Unità (con la fine del potere temporale dei papi) e la nascita della Repubblica – l’impronta clericale sulle decisioni in tema di sistemazione urbanistica cittadina, se non cancellata del tutto, è certo fortemente diminuita. Senza contare le nuove “urgenze” dettate dalla modernità. Ecco allora che la prima amministrazione comunale della Jesi repubblicana – guidata da Pacifico Carotti – sull’onda delle necessità imposte dalla motorizzazione decide per lo spostamento della fontana nella sede attuale. E invero, c’è anche il desiderio che il servizio di trasporto pubblico – all’epoca importante – abbia come riferimento la piazza antistante il Comune.

Peraltro, l’idea di toglierla da Piazza della Repubblica è in auge già negli Anni Venti: con l’arrivo a Jesi dell’acquedotto e la dismissione del ruolo di “servizio idrico”, non erano pochi quelli che la definivano un inutile ingombro, e chiedevano che la piazza tornasse alla configurazione originaria, al suo primitivo splendore.

La scelta di Piazza Federico II per la nuova collocazione scaturì da almeno due ordini di motivi: l’ampiezza (sebbene anche per questa piazza la presenza della fontana significherà una sminuizione del suo respiro), e il fatto che nel frattempo per le cerimonie laiche (ormai prevalenti rispetto a quelle religiose) si preferiva Piazza della Repubblica, dove affaccia il Palazzo comunale, primario simbolo della sovranità repubblicana. Insomma, cento anni dopo, i ruoli delle due piazze erano ormai concepiti in modo ribaltato.

Ora la fontana è in Piazza Federico II da 73 anni. E le generazioni degli jesini viventi lì la “concepiscono”, perché lì l’hanno sempre vista, perché a tale configurazione sono abituati e affezionati. A parte altri ordini di ragioni, è comprensibile quindi come la stragrande maggioranza sia contraria a un ri-posizionamento in Piazza della Repubblica.

Tuttavia, neppure la sistemazione in Piazza Federico II è stata sempre – e da tutti – ritenuta come la più appropriata; nel corso degli ultimi decenni ci sono state varie prese di posizione e vare opinioni al riguardo, ma non per forza nel senso di un suo ritorno a Piazza della Repubblica. Tutt’altro; il dibattito (che ha interessato però solo pochi addetti ai lavori: la cittadinanza non è mai stata coinvolta fino ad oggi) è stato più ampio, e le ipotesi avanzate sono state diverse, proprio in considerazione di non tornare a deturpare Piazza della Repubblica e a limitarne la destinazione di spazio pubblico cittadino.

Pertanto, se effettivamente si volesse fare la “storia delle idee”, non bisognerebbe limitarsi a fare il repertorio di chi ha detto qualcosa a favore di un ritorno della fontana in Piazza della Repubblica; le idee bisognerebbe recuperarle e presentarle tutte. Ivi inclusa quella, per nulla peregrina, di rottamare la fontana (che non ha alcun valore artistico), in modo di mantenere la centralità e il ruolo di Piazza della Repubblica e recuperare in pari tempo tutto il respiro che aveva, in origine, Piazza Federico II.

Ma se un’amministrazione (e la maggioranza che la sostiene) fosse interessata a tale dibattito, al fine di individuare realmente la soluzione migliore per la fontana (e per le piazze), prima incentiverebbe e curerebbe la diffusione del dibattito, e solo dopo prenderebbe eventuali decisioni. Fare il contrario suona un po’ troppo evidentemente come tentativo di gettare fumo negli occhi dei cittadini, sviando la centralità della questione, che resta la fretta di ottemperare alla volontà di Morosetti per incassare il lascito.

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